The ultimate solution

Pensavo ai mali dell’Italia mentre guidavo per andare al lavoro.
Tra quella lista infinita di problemi che il nostro paese ha, ce n’è uno che è più importante di tutti, e che mi sembra la causa di tutti gli altri.

Non ci sono le persone giuste al posto giusto.
E non si tratta di un problema di classe politica, ma di gran parte della cosiddetta classe dirigente.
L’Italia è prigioniera dell’incompetenza dei “vincitori di regolare concorso”…

Conosciamo le motivazioni e siamo coscienti del fatto che il fenomeno non è eliminabile.
Propongo quindi una semplice misura che mira quantomeno ad una sua riduzione.

Abolizione del concorso pubblico e contestuale responsabilizzazione (in termini reali, non etici) di chi assume.

Come dire: vuoi assumere tua moglie, puoi farlo, ma poi deve rendere.
Se non o fa, sei licenziato tu e consorte.

Ah, per controllare basta un organismo terzo.

Easy as a pie.

Ti sei dimenticato gli Exogini

Stranamente, comincio a buttar giù i miei due cent sul libro di Andrea Scanzi senza inserire il titolo del post. Quando scrivo in questi pixel ho sempre ben chiaro il taglio – e da redattore di me stesso , anche il titolo – ma questa volta faccio fatica. Comunicherò a me e ai quattro gatti che ancora mi leggono, con una sottolineatura, qualche candidato tra i quali poi sceglierò.

Non è tempo per noi“, il ritratto di una generazione in panchina – la mia, quella dei quarant’enni – è un libro irritante, ambiguo e superficiale. Sono stato sul punto di strapparlo più volte, ma i diciassette euro che ho sborsato per leggerlo hanno fatto da deterrente. L’ho comperato (che l’hai fatto a fare direte) dopo aver visto il giornalista de Il Fatto a 8 e 1/2, che ne parlava come di un’opera tra il serio ed il faceto  – “si ride molto” diceva – che punta ad analizzare la condizione dei quarantenni italiani. Scanzi, giornalista che seguo niente, ma che apprezzo per il suo parlar chiaro saccentino quando mi ci imbatto in qualche talk show, ha prodotto un viaggio in tre sezioni (Come eravamo, Come siamo, Come potremmo essere) che tenta di delineare cause, status quo e possibili soluzioni. Almeno questo è l’intento.

A “Scanzo” di equivoci, ho riso pochissimo, e non mi ricordo neanche quando; ed io ricordo sempre bene i libri che leggo. Chi ride in questo libro è davvero un figlio degli anni ’70, uno di quelli che ride sguaiato ai film di Vanzina. Va da se che non rido ai film di Vanzina, perché non vado a vederli.

Eppure ero partito con buonissimi propositi… giuro!

Un po’ della colpa, sono sicuro, va ricercata nella scrittura di Scanzi, che certo non mi aiuta. L’aretino è uno di quelli che amano i punti. E quindi diffida delle incidentali. Scrive alla Ilvo Diamanti. Il sondaggista di Repubblica. Un numero, una frase. Corta però. Stop and go. Con quel modo colloquiale da SMS. Come se non ci fosse altro che la frase che hai appena letto. Come se non ci fosse un domani. Fastidioso. Almeno per me.

Un’altra parte della colpa invece va sicuramente alla superficialità con la quale il giornalista tratteggia i motivi del fallimento della nostra generazione. Sarà che sono stupido, o perché parlo da un punto di vista biased perchè parte in causa, ma nel libro, al di là delle cause televisive e cultural-mass mediatiche non si individua niente di nuovo. Scanzi semplifica a tal punto la sua analisi sociologica sui quarant’enni italiani – perchè è di questo che si tratta in fondo – che alla fine del libro, se uno ti chiedesse “ma allora chi sono i responsabili del vostro fallimento generazionale” l’unica risposta plausibile sarebbero un paio di nomi: Alberto Tomba e Paolo Canè. Una analisi da bar (sport).

Sto semplificando, ovviamente, ma nel libro di Scanzi c’è poco di più di una sciatta rassegna dei nostri riferimenti culturali.
Nemmeno una parola sul fatto che come generazione non siamo stati educati al merito. Nemmeno un pensiero sul fatto che chi ci precede di una generazione ha sfasciato completamente il tessuto culturale nel quale siamo cresciuti e dal quale ci siamo abbeverati. Scanzi si ferma al ritratto, consapevole che la mediocrità che lo circonda e lo compenetra farà parte anch’essa del libro. D’altra parte, andatevi a leggere online i commenti intelligenti dei lettori.

Pensando a Scanzi che scrive davanti al suo computer questo libro, m’è tornato alla mente Flatlandia, nella parte in cui la Sfera mostra al Quadrato l’abisso dell’adimensionale, a Pointlandia. Autoreferenzialismo senza redenzione, completa circolarità e nessuna via d’uscita. Emblematico quando parla di Fabio Volo “carino mano troppo, colto ma non troppo, tuttologo ma forse troppo” giurando di non recensire se stesso. E poi, Volo e colto nella stessa frase… Bah.

L’unico salto intellettuale piacevole che fa, è l’analisi di Sorrentino. Secondo Scanzi, Sorrentino è il nostro uomo in più che sceglie di cambiare squadra e di stare dalla parte dei genitori. Sorrentino infatti racconta quella generazione, non la nostra, che lascia molto volentieri a Muccino o ai Moccia di turno. Hai ragione, ma Sorrentino sarebbe stato grande in qualunque posto narrando qualsiasi cosa.

Per onestà intellettuale devo dire che il libro non è una merda totale: in primo luogo, per chi come me ha trentotto anni (uno meno dell’autore), è una full immersion nel proprio background culturale tutto sommato piacevole. Io e Scanzi condividiamo praticamente tutto, dai riferimenti cinematografici a quelli musicali. Condividiamo anche qualche giudizio musicale, ad esempio il rigetto di Luciano Ligabue e Jovanotti, e l’amore per Ayrton Senna. Anch’io da quel 1° maggio non guardo più la Formula 1. Scanzi però va oltre la musica, il cinema e lo sport, ricordando anche qualche cartone animato giapponese, le cinte del Charro, lo Spectrum, il Commodore e persino gli Sgorbions. Tanto per dimostrare che sono del ’75 mi permetto di dire una cosa: ti sei dimenticato gli Exogini. Ma attenzione,  dal ricordo non si passa mai all’Amarcord. Non c’è un minimo di nostalgia, un minimo di soft focus o di pennellate naïve. Lo trovo troppo facile e anche profondamente ingiusto.

In secondo luogo è un libro che costringe chi è quarant’enne ± 5 come me, alle prese con i suoi bilanci personali, immancabilmente in rosso, a realizzare che non è solo.
E questo è positivo. Soffriamo da cane, senza ideologia, senza guerra, senza religione. A noi settantini è mancato soprattutto lo zeitgeist, e siamo diventati una generazione di transizione, in attesa di un qualche leader che ci tendesse la mano, di un qualche evento nel quale riversare le nostre aspettative. Di una bandiera per la quale lottare.

E invece niente, non c’è. Non ci sarà immagino. Molti di noi hanno gettato la spugna e molti lo stanno per fare. Perché chi ha giocato esiste, chi non è in panchina, c’è eccome!
Il problema non sta nel non giocare, sta nel giocare con regole che sono cambiate di continuo, che ci hanno costretto ad essere perfetti. Scanzi quindi fa solo un racconto parziale [parla solo di uomini, in pratica] ed incompleto di una generazione che non può e non deve derubricare se stessa come una manica di cazzari citazionisti. Ma voglio anche io regalare una citazione, dai Bluvertigo per esprimere meglio ciò che penso.

“Chi ogni tanto si concede di non esser bravo, gli tocca reincarnarsi”.

Ecco quello che siamo, una generazione che per emergere è condannata alla perfezione, senza essere stata formata a raggiungerla o addirittura a riconoscerla. Il mondo è diventato globale solo per noi, se ci pensate bene. Tutti gli altri o già erano a posto e quindi ‘sticazzi, o se lo sono trovato così, e hanno imparato ad amarlo.

Con questo non intendo negare che la nostra è e rimane una generazione ambigua, come il libro di Scanzi e per estensione Scanzi stesso. Una generazione che non riesce e non riuscirà a realizzarsi come collettivo perché ha fallito a trovarsi prima come somma di individui. Ma ridurre tutto ai ricordi di un ragazzo di provincia, senza andare a fondo alle cause della mancanza di bussola, mi pare un po’ pochino.

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