Ricercatore fannullone sprecone

Ieri sul Sole24 ore cartaceo a pagina 7 c’era un articolo che mi ha sconcertato. Parlava della sperimentazione da parte di 20 motorizzazioni civili disperse nel territorio italiano dell’esame multilingua per la concessione della patente di guida.
Premetto che sono d’accordo con la legge che disciplina l’ottenimento della cittadinanza appena varata dal ministro Amato. Cinque anni credo siano abbastanza per chi vuole integrarsi.

Il problema infatti è l’integrazione, non l’ottenimento della cittadinanza. Sì perchè ci sono comunità di immigrati che non ne vogliono sapere di integrarsi nel nostro paese, e si vede da moltissimi loro atteggiamenti. Ovvio che è umano cercare di fare gruppo con chi condivide con te una base culturale, lo facciamo tutti, chi più chi meno, ma secondo me esiste una questione fondamentale dalla quale non si piò prescindere per ottenere una buona integrazione.

La conoscenza della lingua.

La lingua è la chiave per la comprensione profonda del paese nel quale vivi.
Alcuni gruppi di immigrati [non voglio generalizzare non mi interessa in questo post] non intendono e non sono interessati ad imparare la lingua ERGO non vogliono integrarsi.

Secondo quanto detto dunque uno stato come quello Italiano, già afflitto da una scarsa coesione persino tra i propri cittadini autoctoni, non può permettersi di far fare l’esame della patente nella lingua d’origine.

A mio avviso è un segno di scarsa lungimiranza, non tanto nel caso specifico (che ha tuttavia delle tare in se), ma come atteggiamento generale verso il problema immigrazione.

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20 commenti a “Integrazione e multilinguismo”

  1. MyAvatars 0.2 simona scrive:

    Ho sempre pensato quanto scrivi.
    Le volte che sono stata all’estero, in paesi di madrelingua inglese, ho opposto resistenza all’integrazione proprio in questo: la conoscenza della lingua!
    Tanto sapevo che presto sarei tornata a casa…
    Se invece sai che non puoi o non vuoi tornare, imparare la lingua è la prima necessità e il primo dovere.

  2. MyAvatars 0.2 hertz scrive:

    non ci sono dubbi, la lingua è indispenzabile all’integrazione.

  3. MyAvatars 0.2 mucio scrive:

    Guarda che gli italiani fanno lo stesso, anche i germania ci sono posti dove le comunità di italiani non si integrano e diventano delle specie di paesini di provincia di cinquant’anni fa, moltissimi sono poi quelli che di tedesco conoscono poco e niente.

    L’integrazione non si impone da sopra e tacciare di scarsa lungimiranza dare la possibilità di guidare un auto a chi è arrivato da poco in un paese ma sa già guidare un auto è ancora peggio.

    Pensa se tu andassi a lavorare in giappone e ti fosse impossibile prendere la patente perchè non conosci le parole per indicare divieto d’accesso o carreggiata?

  4. MyAvatars 0.2 simona scrive:

    E magari ci sono dei cartelli stradali (fondamentali da leggere) che tu non comprendi e con i quali te la prendi pure (prima del botto!) … che ti avrebbero salvato la vita.
    E al tuo capezzale la tua famiglia insulta pure chi ce li ha messi.

  5. MyAvatars 0.2 capemaster scrive:

    @ mucio: aspettavo con ansia questo commento.

    Pensa se tu andassi a lavorare in giappone e ti fosse impossibile prendere la patente perchè non conosci le parole per indicare divieto d’accesso o carreggiata?

    Si potrebbe dire (girando il tutto) che, non conoscendo la lingua scritta, non sei in grado di leggere i cartelli e quindi sei un pericolo.

    La mia idea di conoscenza della lingua per l’integrazione/immigrazione è addirittura a livello di pre-requisito. Ma non lo dico forte e non lo propongo nemmeno altrimenti mi dicono che tra me e Calderoli di deifferenza c’è solo la camicia. E non sarebbe nè corretto nè vero.

    Mi pare comunque che uno sforzino per imparare lo si debba far fare. Alla fine, come ho detto anche nel post, non mi interessa il caso specifico, ma l’integrazione in se.

  6. MyAvatars 0.2 mucio scrive:

    Il giappone è un caso estremo, ma se la lingua dei cartelli la comprendi? i cartelli di divieto, pericolo, ecc. sono uguali ovunque, basta guardare qualche foto delle strade giapponesi o cinesi.

    Ma se si vuol parlare di integrazione non credo che la patente di guida sia uno dei termometri più efficaci per monitorare la situazione.

  7. MyAvatars 0.2 max bevilacqua scrive:

    d’accordissimo. Imparare la lingua è il fondamento dell’integrazione, a prescindere dal discorso della patente. Chi ha davvero voglia di integrarsi si impara l’taliano in tempi rapidi, chi invece preferisci colonizzare zone di paesi stranieri e autoghettizzarsi non si sbatte nemmeno a imparare la lingua. Vedere i cinesi, che, tranne quelli che lavorano nei ristoranti spesso non spiccicano una parola d’italiano e non interagiscono con gli italiani tranne quando strettamente necessario.

    Vedere invece i molti africani che imparano in fretta con la voglia di inserirsi a noi.

  8. MyAvatars 0.2 max bevilacqua scrive:

    da* noi

  9. MyAvatars 0.2 filomeno scrive:

    ma da noi esistono dei corsi di lingua per immigrati? io li farei in massa

    sulla lingua come requisito per la patente (e la cittadinanza) sono d’accordo però mi va bene che la sappiano anche a livelli di rudimento… quando sento sportivi dell’alto adige mi sembrano che abbiano delle serie difficoltà con l’italiano eppure sono cittadini (credo che non si debba pretendere dagli immigrati un livello maggiore di quello dei nostri “tedeschi”)

    saluti

  10. MyAvatars 0.2 taty scrive:

    La lingua è un requisito essenziale per l’integrazione, ma non basta.
    E putroppo a livello politico si ritiene - errando, a parer mio - che l’integrazione significhi avere un contratto di lavoro e imparare la lingua del posto.
    E’ molto di più, è molto meno semplice.
    Poi ragazzi, non generalizziamo: il senegalese che parla il francese eredità del colonialismo conosce già due lingue, di cui una europea, e ha quindi meno difficoltà di apprendimento rispetto ad un cinese, al di là della motivazione.
    @Max: prova a pensare quanto tempo ci mette un italiano - a parità di “sbattimento”- ad imparare il francese e quanto il cinese. Che sia una comunità chiusa non c’è dubbio alcuno, ma converrai come la lingua in questo caso sia un ostacolo anche per loro.
    E purtroppo vediamo solo il falso problema: la peruviana che parla benissimo l’italiano e lavora a casa delle nostre nonne è integrata? Quali valori passa ai figli venuti in Italia con lei? Riesce a mediare tra le due culture?
    Questo lo vedremo probabilmente negli anni futuri.
    Certo che se crediamo di risolvere i problemi con un dizionario multilingue….la lingua per una nazione è soltanto l’ingresso, restano da visitare tutte le stanze della casa, però.

  11. MyAvatars 0.2 max bevilacqua scrive:

    @ taty: è ovvio che per una persona abituata ad un sistema linguistico completamente diverso apprendere l’italiano è un impegno molto maggiore. Ma quando hanno voglia, i cinesi, lo imparano eccome l’italiano. Quando ci devono vendere la replica del loro cibo al ristorante imparano a capire e farsi capire. Ma solo qudno sono costretti dagli affari. altrimenti evitano accuratamente i contatti con noi, colonizzano interi quartieri di città e si chiudono a riccio. Questa non è integrazione. L’integrazione è la mamma senegalese che per facilitare l’integrazione a suo figlio prima impara l’italiano e poi lo parla pure in casa. L’alibi della differenza linguistica non mi convince per niente

  12. MyAvatars 0.2 simona scrive:

    @ max: neanche a me! :)

  13. MyAvatars 0.2 Cachorro Quente scrive:

    Vedere i cinesi, che, tranne quelli che lavorano nei ristoranti spesso non spiccicano una parola d’italiano e non interagiscono con gli italiani tranne quando strettamente necessario.

    Non so i cinesi che conosci tu, ma a Trieste parlano non solo l’italiano ma anche un po’ di sloveno e croato. E alle volte li vedi parlare con i loro figli in italiano… pensa invece quanti emigranti sono andati e tornati dall’Italia a NY o al Canada senza imparare una sola parola di inglese!
    Comunque concordo con Capemaster: la lingua è la base. O meglio, la base è una buona istruzione pubblica. Vedi quello che succede negli USA…
    Però la patente non è la cittadinanza, può essere uno strumento essenziale per persone che non hanno nessuna intenzione di passare in Italia tutta la vita.

  14. MyAvatars 0.2 max bevilacqua scrive:

    @ cachorro: non metto in dubbio che esistano realtà del genere. Molto ristrette rispetto alla media comunque, fatti un giro in alcuni quartieri di milano e vedrai l’isolazione completa, addirittura visiva. C’è gente cinese che nemmeno si fa vedere, lassciamo perdere parlare l’italiano. Questa è la massa dei cinesi, gli esempi di integrazione localizzata ci sono anche qui a varese come a trieste, ma sono solo minoranza.

  15. MyAvatars 0.2 Camelot Destra Ideale scrive:

    Condivido tutto…una cosa: per due giorni il tuo blog non mi si apriva…non so perchè…e già successo un’altra volta….troppe visite? ;)

  16. MyAvatars 0.2 capemaster scrive:

    @ filomeno e taty: benvenuti…

    @ max: io non voglio additare quella comunità o quell’altra, ma la strana abitudine italiana a pensare che tanto comunque vada sarà un successo.
    Il che è quasi mai vero. Il post è anti teecnocrate-pietoso.

    @ camelot: colpa tua! Credo sia una questione di DNS. Dipende da dove ti colleghi perchè recentemente ho cambiato server.

  17. MyAvatars 0.2 bluelines scrive:

    (ovvero la taty di prima).

    @Max: difficile che a casa si parli l’italiano…comunque ripeto, l’integrazione non significa sapere bene l’italiano.
    Questo è l’errore in cui spesso si cade. La conoscenza della lingua è solo il primo gradino di una scala, nemmeno il più difficile da salire.
    E poi, molte donne cinesi non sono alfabetizzate. Non sanno nessuna lingua, nessuna grammatica. Ho visto insegnanti di italiano per stranieri che mi dicono di essere disperati- in questi casi - perchè… come fai a spiegare i verbi irregolari ad una persona che non sa cosa sono?
    Sono una comunità chiusa e difficile. Vero.
    A Torino fino a qualche anno fa le donne cinesi partorivano a casa e non andavano nei consultori. Poi anno preso due mediatrici culturali cinesi, e sono arrivate le prime utenti.
    La condivisione della lingua è un primo canale di comunicazione. Ma ti ripeto, puoi conoscere perfettamente una lingua e non accettare nessun codice di comportamento della cultura del paese di accoglienza…
    @capemaster: grazie…i neri che muoiono in darfur sono però strettamente legati a quelli di lampedusa…

  18. MyAvatars 0.2 capemaster scrive:

    @ bluelines AKA taty: certo, la lingua la definirei una condizione necessaria ma non sufficiente.

    D’accordo anche sulla correlazione. Il tema è amplissimo però :(.

  19. MyAvatars 0.2 max bevilacqua scrive:

    @ bluelines: certamente, integrarsi non significa sapere soltanto la lingua ma anche far proprio (almeno in parte) il sistema di valori del paese che ti ospita, d’accordissimo :-)
    @ cape: infatti, ci penso io ad additare le comunità straniere ;-) quando se lo meritano! Comunque non arrivo certo ad odiare chi viene qui a cercare una vita migliore, per carità..

    saluti ;-))

  20. MyAvatars 0.2 Derbeer scrive:

    Le volte che sono andata all’estero (anche se è stato solo in Svizzera e Uk) ho sempre cercato di trovare io una lingua comune con cui parlare: se non il francese o il tedesco in Svizzera, che non conosco, ci si “accordava” sull’inglese.
    Se poi qualcuno si offriva di parlare italiano…beh, tanto meglio!

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