Intervista a Flavio Felice
Tempo fa ho pubblicato un post che parlava del saggio scritto da Flavio Felice “Neocon e teocon“. Il caso e internet hanno voluto che l’autore trovasse quel post e che intervenisse nella discussione. Ho preso subito la palla al balzo per intervistare il professore (insegna Dottrine Economiche e Politiche alla Pontificia Univeristà Lateranense di Roma) e fargli qualche domanda diretta sull’universo neoconservatore americano chiedendogli di esprimersi anche sulla realtà italiana.
Dalla sua disponibilità e gentilezza nasce una intervista che invito tutti a leggere. Anche da queste iniziative credo possa svilupparsi un bel dialogo costruttivo su ciò che ci aspetta politicamente. Indipendentemente da come la si pensi.
Nel suo libro “Neocon e teocon” la prefazione è affidata a George Weigel che stila una sorta di manifesto neoconservatore con le principali battaglie sostenute negli anni dal movimento neocon.
Mi colpisce in particolare il punto 4 dove è scritto “La tradizione della guerra giusta, una tradizione di prudenza politica, resta un metodo normativo cattolico di riflessione morale sulle politiche mondiali…”. A me sembra un po’ forte come concetto, non si rischia di cadere in errori del passato?
Gli errori sono sempre in agguato, e sarebbe particolarmente sciocco ripeterli. Quando Weigel parla di guerra giusta fa riferimento alla dottrina tradizionale elaborata già da Tommaso ed ancor prima da Agostino. In particolare, tanto il Catechismo della Chiesa Cattolica, quanto il Compendio di Dottrina Sociale della Chiesa specificano che “Si devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare. Tale decisione, per la sua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale. Occorre contemporaneamente.
- Che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo.
- Che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci.
- Che ci siano fondate ragioni di successo.
- Che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare.Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione.
Ecco i quattro elementi tradizionali elencati nella dottrina della “guerra giusta” (CCC, 2309). Ebbene, la valutazione della loro gravità ed il giudizio morale sulla loro persistenza, pericolosità e rimozione spettano a coloro che hanno la responsabilità del bene comune. In pratica, spettano a chi è democraticamente demandato alla “prudente sollecitudine per la cosa comune” assumere la grave decisione se intervenire militarmente oppure perseguire altre strade. Le quattro condizioni elencate dal Catechismo della Chiesa Cattolica individuano il ricorso alla guerra come un’extrema ratio e comunque come una dolorosa decisione per ristabilire una situazione di giustizia negata.
Lei mi domanda se non c’è il rischio di commettere errori del passato. Sono d’accordo con lei, per questo motivo i politici non dovrebbero mai abusare dell’esclusiva prerogativa di prendere decisioni che destabilizzano la vita dei cittadini. Questo vale per la guerra, ma in misura diversa (più o meno grave) anche per la politica economica, quella energetica e via dicendo. Non v’è dubbio che le ricadute di una cattiva politica di sicurezza (di guerra) appaiono più immediate e devastanti di altre, ma denotano una massima che il politico dovrà sempre osservare: “il potere tende a corrompere ed il potere assoluto corrompe in modo assoluto”. Ciò per motivi etici ed epistemologici (tutti gli uomini sono peccatori e siamo tutti ignoranti e fallibili), ma questo discorso ci porterebbe lontano. In linea di massima però sono d’accordo con lei, i rischi ci sono, a condizione che si comprenda che situazioni problematiche che richiedano l’uso delle armi potranno sempre verificarsi e a qualcuno spetterà il dovere (il mandato) di assumersi la prudente responsabilità di rispondere con i mezzi più adeguati (non necessariamente la guerra, senza escluderla per principio).
Sempre nel libro si parla di “virtù borghesi” in relazione alla creazione di una società più giusta e moderna base fondante della democrazia e dello sviluppo economico. Vuole spiegare cosa intende?
Si, nel mio libro ho indicato il rispetto delle virtù borghesi come una disputa caratterizzante l’attività intellettuale del neoconservatorismo americano sin dai suoi inizi. Non dimentichiamo mai che ci riferiamo ad una disputa intellettuale statunitense. Dalla quella parte del mondo, il borghese è giustamente colui che si è opposto all’ignoranza e alla trivialità di una certa nobiltà (laica e clericale). Il borghese è il nullatenente che grazie al suo lavoro insidia il potere di coloro che per ragioni di sangue hanno tutto. In questo senso, il rispetto delle virtù borghesi significa il rispetto del lavoro duro, del risparmio, della vita vissuta seriamente, nel rispetto di quei valori che hanno consentito a persone estremamente povere di insidiare il potere dei ricchi. Dunque, rispetto a quanto dice sulle virtù borghesi, bisogna intendersi. Borghese, per quanto mi riguarda, e per quanto riguarda la letteratura più aggiornata in ambito socio-economico (ma anche politico), sono esattamente quelli che vivono del proprio lavoro; quelli come lei e come me, per intenderci. Coloro che dalla caduta dell’Impero romano fino alla fine del Rinascimento hanno fatto grande l’Europa: sarti, maniscalchi, fabbri, commercianti e quant’altro. Poi altri hanno attribuito al termine il significato di “arricchito” e di sfruttatore. Non che non sia avvenuto effettivamente. I nuovi ricchi diedero vita durante il rinascimento ad una nuova classe sociale che si batté contro l’aristocrazia terriera e la nobiltà clericale. Nei casi in cui vinsero i primi, sostituirono il sistema di dominio delle classi aristocratiche (trono e altare) con quello “borghese” (democrazia, mercato, pluralismo, a volte in forme becere e disumane, ma pur sempre qualcosa). Tutto ciò però non ha nulla a che fare con le precondizioni culturali che resero possibile ciò che un grande (non cattolico) sociologo italiano (L. Pellicani) ha chiamato la rivoluzione permanente ed autopropulsiva dello sviluppo economico. Borghese, dunque, non è il pavido, “pantofolaio”, in poltrona, con moglie e figli che guarda l’ultima edizione del varietà del sabato sera (non è escluso che lo faccia e non ci sarebbe nulla di male!). Borghese è colui che attiva lo spirito di conquista e che guarda alla propria vita come ad una occasione, l’unica che gli è data, per migliorare le condizioni di vita sue e della sua famiglia. Borghese è colui che sfida il potere costituito, che lo ridicolizza per i suoi vizi, che lo mortifica per le sue debolezze ed infine tende a renderlo inoffensivo. Ciò significa che l’uomo è finalmente libero dai soprusi? Neppure per scherzo! Il potere della borghesia spesso si è sostituito a quello della nobiltà e si è mostrato altrettanto disprezzabile. Ma la borghesia, a differenza della nobiltà, non ha alcun primato da vantare, se non le sue stesse virtù: l’unico eventuale suo vanto sarebbe quello di saper fare le cose meglio degli altri. Se ciò non fosse, verrebbe meno la sua funzione di guida politica e sarebbe meglio per tutti che tornasse a fare ciò che faceva prima.
Leggendo il libro ho come avuto l’impressione che in qualche modo si caldeggi l’esportazione del nostro modello culturale occidentale perché migliore rispetto agli altri. Non trova che questa “supponenza” sia alla base della crisi culturale dell’occidente stesso?
Personalmente non caldeggio e non ho mai caldeggiato l’esportazione di alcun modello. In tutto il libro ho presentato le ragioni storiche, epistemologiche e politiche che hanno spinto alcuni intellettuali della sinistra americana a criticare i loro compagni man mano che prendevano posizioni sempre più radicali. Tali critiche hanno investito il campo dei costumi, del welfare, della religione. Si tratta di una realtà tutta americana che non potremo mai esportare, in quanto mancano le condizioni preliminari: una religione civile, un atto di nascita nazionale fondato su di un credo: “We hold these truths”, un sentimento nazionale del tutto de-ideologizzato e quant’altro. Soltanto nell’ultima parte del libro, intitolato “considerazioni e prospettive” mi sono lasciato andare ad alcune riflessioni sull’Europa e sull’Italia. In tal caso ho parlato di democrazia, libero mercato e pluralismo (razionalismo critico) ed ho testualmente scritto “Se dovessimo affermare che la nostra civiltà è superiore ad altre, lo faremmo solo nel senso che essa ha dimostrato di sapersi auto-correggere (e non si tratta di una superiorità da poco!)”. Questa frase era inserita nel contesto dei sistemi totalitari emersi in Europa durante il ventesimo secolo. Alla fine abbiamo toccato il fondo, ma dal fondo abbiamo anche saputo rialzarci! Quei tragici eventi hanno dimostrato la fragilità della democrazia occidentale, del suo sistema economico e dell’idea che nessuno possa imporre la propria idea di verità agli altri. Tuttavia, proprio la fiducia nelle istituzioni democratiche, l’idea che i confini nazionali potessero essere finalmente luogo d’incontro per lo scambio di beni e servizi e che le diverse religioni, lingue e culture rappresentassero una ricchezza reciproca, piuttosto che una minaccia, stanno alla base di quel progetto di comunità europea che uomini (in particolar modo cattolici) come De Gasperi, Schuman ed Adenauer avviarono e che soprattutto oggi guardiamo con speranza. In questo senso, rivendico la superiorità non del modello occidentale, ma della democrazia, del mercato e del pluralismo sulla monocrazia, sul protezionismo e sulla chiusura identitaria.
Democrazia, liberismo e un nocciolo duro di valori. I catholic neocon insomma affermano che senza una via cristiana, una morale cattolica, siamo condannati a fallire. Non le sembra un discorso utilitaristico? Normare con la morale è giusto?
I cattolici neoconservatori sono laici almeno quanto lei e quanto me. Distinguono bene il peccato dal reato e le virtù dalle norme. Sono talmente laici che i “conservatori” tradizionali li considerano una sorta di cavallo di Troia per espugnare la fortezza conservatrice. Il senso di laicità del neoconservatorismo è tutto impresso nel loro impegno (laico) a testimoniare e divulgare una cultura nella quale i valori tradizionali della Dichiarazione d’Indipendenza americana non siano dimenticati. Le dispute neoconservatrici tendono ad inserire nell’agenda politica ed economica americana i valori e i principi di quella antica tradizione di libertà. Forse per lei laico significa “neutro”? Nel mondo delle idee di “neutro” c’è solo la stupidità. Nessuna idea è neutra tutte hanno un riferimento antropologico, tutte rivelano un’idea di uomo, di verità, di virtù; e in democrazia tutte le idee hanno cittadinanza (anche se giustamente Popper sosteneva che la società aperta è aperta a tutti tranne che agli intolleranti), anche quelle dei cristiani. I cristiani, dunque, hanno il dovere laico (laico significa “appartenente al popolo di Dio”) di testimoniare e di diffondere i propri valori. I neoconservatori cattolici americani lo hanno capito, si sono accorti di essere persino maggioranza nel Paese e stanno operando affinché quelle idee siano il più possibile diffuse. Così come d’altra parte fanno i non credenti attraverso la diffusione di una cultura indifferentista espressa da tanti film e canzoni che quotidianamente inondano il mondo. Se lei chiede che cos’è l’America, le rispondono normalmente con qualche commediola o con qualche cantante e canzonetta rap. I neocon hanno compreso che la maggioranza degli americani non si riconosce in quelle matrici culturali e ne offrono democraticamente e laicamente un’altra.
Conoscerà sicuramente il progetto di Marcello Pera, www.perloccidente.it
A mio avviso si tratta di un manifesto che si presta ad un mondo non inclusivo e autoreferenziale. Un suo giudizio sull’iniziativa.
Sinceramente non lo conosco abbastanza e non mi affascina. Ho già spiegato la mia idea di Occidente ed eventuale che cosa intendo per superiorità dell’Occidente. Tutto il resto non mi spaventa, mi sollecita a pensare sempre a nuove alternative. Quindi l’operazione Pera ha indubbiamente il suo valore culturale, se non la si guarda con la spocchia un po’ radical chic di chi crede di sapere tutto del mondo e, alternativamente, se non la si usi come una scopa per raccattare qualche voto.
Se il nostro modello è così debole da non sopportare attacchi esterni, allora a mio avviso è fallimentare e il ritrovamento dell’orgoglio è più un “accanimento terapeutico” che una vera rinascita, non le pare?
Al contrario, se il nostro modello può sopportare attacchi esterni è perché è più democratico degli altri: è la forza della democrazia. La soluzione non è la chiusura della nostra società, ma l’apertura delle società che attualmente sembrerebbero attaccarci. In fondo, se qualcuno ci attacca non è perché si sente minacciato dalla potenza imperialistica occidentale. Le società chiuse temono gli effetti deflagranti che i principi delle società aperte avrebbero sulle loro istituzioni teocratiche, monocratiche ed autarchiche. Dovremmo forse rinunciare alla democrazia per assecondare i timori di qualche teocrate musulmano? Oppure dovremmo abbandonare l’economia di mercato che ha garantito la reciproca e pacifica conoscenza dei popoli, oltre l’innesco della rivoluzione auto-propulsiva dello sviluppo? Forse dovremmo rinunciare ai vantaggi (magari anche a qualche rischio) del vivere in una società aperta? Non so a quale accanimento terapeutico si riferisce; se qualcuno rivendica le proprie radici nella tradizione ebraica-greco-romana-cristiana non fa altro che ribadire un fatto storico che ha prodotto conseguenza nella vita politica e sociale di enorme portata: “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, ad esempio, ha dato inizio a quel processo di desacralizzazione del potere politico che, passando per il dualismo medioevale, ha condotto le genti europee a sperimentare le istituzioni democratiche. E lei pensa che dovremmo rinunciare a tutto ciò?
Nel suo libro parla della prospettiva neoconservatrice e catholic neocon negli Stati Uniti, ma io vorrei una sua opinione sulla prospettiva di questo movimento in un paese come l’Italia, “orfana” della DC, naturale contenitore.
Sarò schietto e sincero: non c’è prospettiva. Sarebbe come chiedersi se la prospettiva democratica cristiana abbia una propria prospettiva negli USA: certo che no. Si è fatto un grande abuso di questo termine. Avendo lavorato con alcuni esponenti neoconservatori americani, sono stato spinto da alcuni amici italiani a scrivere un libro per chiarire un po’ i termini. Non so se ci sono riuscito, spero di si. Immagino però che lei sia interessato a conoscere la mia opinione sulla situazione italiana “orfana” della DC. L’Italia è orfana di un partito di cattolici da molto tempo. Le faccio notare che Luigi Sturzo, fondatore nel 1919 del PPI ed esiliato per 22 anni tra Francia, Inghilterra e Stati Uniti, al suo rientro nel 1946, nominato dal Presidente Einaudi Senatore a vita, si iscrisse nel Gruppo Misto, proprio per rimarcare la distanza tra la sua idea di partito dei cattolici e il progetto democratico ristiano, ormai preda di coloro che Sturzo definiva i “sinistri DC”. Per Sturzo nel 1952, una DC piegata alla cultura del “malgoverno” di sinistra” avrebbe avuto le ore contate. L’affarismo e le contingenze internazionali l’hanno tenuta in vita. Oggi che la DC è morta, chi ha a cuore quei principi e quei valori può lavorare anche in altri partiti, sebbene le ultime esperienze ci insegnano quanto sia difficile e quanto i cattolici siano più deboli. L’unità dei cattolici in un partito non è mai stato un dogma… , ma neppure un peccato!
Quali sono secondo lei gli “avversari” politici dialoganti in Italia e cosa pensa dei progetti Partito Democratico e Partito Unico.
Gli avversari dialoganti sono ovunque e tutti coloro che, sebbene non si riconoscano in toto nelle idee altrui, non delegittimano l’avversario. Questo significa che si possono trovare anche nel partito nel quale si milita. Rispetto al progetto del partito democratico di centro destra o di centro sinistra sono teoricamente d’accordo. Mi auguro che quanto prima il processo si possa avviare, dubito che in entrambi i poli le figure rappresentative (Berlusconi e Prodi) lo siano a sufficienza per reggere un tale processo, che si annuncia lungo e irto di ostacoli. Resta il fatto che se l’Italia non si libera dei due delegittimatori la stessa democrazia italiana rischia di essere delegittimata. Il processo di semplificazione dei due schieramenti potrebbe accelerare l’uscita di scena dei due non leader del centro sinistra e del centro destra. Mi creda, è solo un augurio, sono abbastanza pessimista!
Qual è la sua opinione sulla legge 194 (interruzione di gravidanza) e la legge 40 (fecondazione assistita?
Come cattolico sono contrario ad ogni forma di interruzione della gravidanza, quindi sono contro l’aborto. Il che non significa che come cattolico, laico, cittadino italiano non comprenda che quella legge abbia rappresentato il miglior compromesso possibile. Oltretutto la legge non invita ad abortire, ma a porre in essere tutte le condizioni favorevoli alla madre affinché non compia quello che a parere di un cattolico non può non apparire che come un omicidio. Una classe politica seria è attenta al rispetto di tutta la legge e non solo a quella parte che riconosce il diritto della donna ad interrompere la gravidanza. Una gravidanza può essere interrotta per tante ragioni, lavoriamo perché tale interruzione se deve essere, sia responsabile e non solo consapevole. A quel punto, con dolore si rispetta il volere della madre. Credo che il numero dei divorzi diminuirebbero e con essi anche i traumi di tante donne. Per questa ragione guardo con interesse al ruolo che possono svolgere le associazioni per la vita all’interno dei consultori. Possono dare una grande mano a chi è indeciso e far sorgere qualche dubbio a chi è convinto; ma forse è proprio questo il problema!
Quanto alla legge 40, anche in questo caso è un compromesso, il migliore possibile.
Ringrazio ancora il professore che ha voluto arricchire questo spazio con la sua competenza e la sua gentilezza, e invito chiunque voglia ad intervenire.
Da buon intervistatore il mio compito finisce qui.







agosto 29th, 2006 at 12:42
Riguardo la discussione sulla “guerra giusta” avrei qualcosa da ridire, in particolare sul terzo punto che la prevede solo in caso di possibilità di successo.
Attuare azioni solo se si prevede il successo delle stesse è un fondamento classico del pragmatismo che mi sembra decisamente lontano dalla morale e dalla visione che G.C. cercava di trasmettere ad apostoli e fedeli.
Poi che i neocon siano laici quanto me e te (cape), mi sembra un azzardo, per dirla in maniera moderata. Fose sono un pò più laici dei conservatori classici, ma la natura dogmatica dei loro precetti rende difficile affrontare questioni sociali e morali in maniera davvero laica.
Alemno per come intendo io “laico”.
Totalmente d’accordo sull’analisi della DC, el partito unico e della legge 194.
Comunque, gran bel pezzo, Cape!
agosto 29th, 2006 at 13:51
interessante…
sui neocon ci sarebbe tanto da scrivere…
agosto 29th, 2006 at 15:36
che colpaccio, cape
agosto 29th, 2006 at 15:45
Intanto Cape grazie per questa intervista che reputo ottima e che spero sia la prima di una lunga serie. Apprezzabile anche la disponibilità del professore ad approfondire alcuni punti che hai messo in rilievo.
Faccio mia la perplessità espressa da Carmelo, nemmeno io riesco a intravvedere un legame fra il pragmatismo che sta alla base della cosiddetta “guerra giusta” e gli insegnamenti di Gesù Cristo.
agosto 29th, 2006 at 17:39
Letto velocemente… complimenti a te e a lui.
Lo rileggerò con calma per darti un parere più preciso … qui ti dico solo che la tua domanda
avrebbe come mia risposta:
Io credo che il fatto che l’occidente si ponga queste domande e abbia così poca considerazione di se stesso sia il suo principale problema… quindi l’esatto contrario
Adesso segnalo da me
Ciao!
agosto 29th, 2006 at 17:45
[...] 2) Capemaster intervista Flavio Felice l’autore del libro che aveva recensito. [...]
agosto 29th, 2006 at 19:00
Bella !
Indipendentemente da come si pensa, scrivi tu…ma definire, da parte del Prof, Berlusconi e Prodi “delegittimatori” non mi può far restare imparziale. La delegittimazione è una caratteristica più radicata a sinistra. Il Governo della CdL fu delegittimato costantemente dall’allora opposizione. In campagna elettorale i tentativi di delegittimazione furono reciproci (anomalia tutta nostrana?. Oggi, al contrario, non mi sembra di assistere a particolari delegittimazioni del Governo in carica da parte dell’attuale opposizione.
Ciao
agosto 29th, 2006 at 19:17
devo chiamare Don Matteo a commentare.
agosto 29th, 2006 at 22:23
Una domanda… ma nella storia, quali sarebbero le “guerre giuste”? A me pare si tratti dell’Araba Fenice.
agosto 30th, 2006 at 14:11
mah, a occhio e croce direi la seconda guerra mondiale e la guerra d’indipendenza americana, tanto per dirne un paio.
piuttosto, i principi elencati mi sembrano molto validi a livello individuale, oltre al fatto che san Tommaso era un grande, il problema è se è giusto considerare gli stati come enti individuali, ad esempio, è giusto costringere un pacifista a pagare un esercito mediante la tassazione? è giusto spargere sangue innocente (quelli che chiamiamo effetti collaterali) per ottenere un sistema più giusto?
quello che ne deriva è una sorta di teoria di utilitarismo della giustizia, ovvero è giusto commettere azioni che a livello micro sono ingiuste, ma che a livello macro aumentano il livello di giustizia.
Ci sarebbero questioni da discutere, per esempio, usare scudi umani (cioè soldati, spesso volontari, prigionieri) è ingiusto o immorale, bombardare postazioni militari sapendo che statisticamente si uccideranno ci vili non lo è.
allora estremizzando la cosa si dovrebbe poter dire che una stabilito che il fine di una guerra è giusto, è giusto anche comportarsi come Kurtz in Apocalypse now.
agosto 30th, 2006 at 16:01
[...] Leggi il resto dell’articolo » Archiviato in Libri [...]
agosto 30th, 2006 at 16:04
mi ricorda qualcuno che sto leggendo… al quale però l’utilitarismo non piace assai…
Ringrazio tutti gli intervenuti
marzo 18th, 2007 at 19:37
[...] con toni che non ritengo molto adeguati al dialogo. Persone che giustificano la “giusta guerra“. Persone che in Italia lanciano fallimentari bannerini e che si definiscono devoti, ma che [...]
giugno 22nd, 2008 at 10:45
a me ’sto flavio felice mi sembra un pugnettaro ricurvo sul suo ombelico. gli consiglio una lettura, forse sfuggitagli: i 4 vangeli