Rob, il blogger con gli header più belli della blogosfera, scrive ironicamente (e credo che abbia ragione) che all’italiano medio, per sentirsi adeguato nel panorama internazionale, basta essere campioni del mondo di calcio, nazionale e club.
Mentre leggevo il suo post, le parole “ricerca” e “calcio” mi rimbalzavano in testa incessantemente, dando luogo a poderosi conflitti sinaptici, superati solo grazie a massicce dosi di colorite bestemmie.
Ristabilita l’omeostasi, m’è rimasta irrisolta una questione.
Sì, è vero. L’Italia è campione del mondo di calcio e, grazie al Milan, anche di club.
Si è vero. L’Italia non brilla in ricerca, le nostre università non sono tra le più quotate del mondo.
Come mai però non riusciamo a esportare i nostri prodotti di eccellenza? Come mai i calciatori italiani all’estero non ci vanno e non vengono chiamati al pari di altri?
E come mai i ricercatori italiani, se hanno l’opportunità di andare all’estero - anche solo per un breve periodo - vengono allettati in tutti i modi per rimanerci?
Mi viene come il dubbio che stiamo esportando le persone sbagliate. O forse è semplicemente un fatto di priorità: il calcio, all’estero, è un business sì, ma pur sempre uno sport.
Tags: calcio, cultura, export, import, ricerca








16 Dicembre 2007 alle 20:42
in italia il calcio è tra le cose che permette al paese di mantenere l’ignoranza. la schiavitù mentale. l’altra è la tivù. guarda caso il calcio e la tivù vanno di pari passo. la squadra campione del mondo ha lo stesso padrone di tre delle più grosse emittenti televisivi del paese.
17 Dicembre 2007 alle 02:07
“Il calcio, all’estero, è un business sì, ma pur sempre uno sport”.
La verità sta tutta qui.
OT:
grazie per i complimenti all’header anche se, purtroppo, (questo non è mio.
17 Dicembre 2007 alle 14:36
non voglio fare quello che trova sempre il pelo nell’uovo però cannavaro giuoca nel real
18 Dicembre 2007 alle 12:54
Ieri sul Corriere della sera Pierluigi Battista scriveva:
“A un giornalista de Il Foglio, Claudio Cerasa, hanno fatto sparire dalle librerie il suo lavoro Ho visto l’ uomo nero (edito da Castelvecchi), dedicato alla storiaccia di Rignano Flaminio, alle contorte ed eterodirette deposizioni dei bambini, al clima da stregoneria oscurantista, da incubo, da magia nera, da caccia alla maestra, da inquisizione in cui questa storiaccia si è degradata. Però il sequestro di un libro rigoroso e documentato appare come un fatto normale, non meritevole della pur minima reazione: nemmeno una goccia di quell’ oceano di sdegno che in altre occasioni ha accolto censure, intimidazioni, intimazioni al silenzio. Ma perché? O forse non è più il caso di chiedersi perché. È cosi: punto. L’ adozione di un doppio standard di comportamento, di un doppiopesismo frutto, ancor più che di una costruzione razionale o di un’ argomentazione concettualmente difendibile, di un puro istinto tribale, di un’ inconsapevole e irriflessa propensione all’ ipocrisia e all’ incoerenza, oramai non prevede nemmeno l’ omaggio alle buone maniere, un soprassalto di dignità capace di salvare la forma, se non la sostanza. Almeno far finta di protestare per lo stesso, identico motivo per cui si è protestato fino a un attimo prima a favore di un membro titolato della tribù: niente. Almeno un piccolo sforzo per apparire vicini a un minimo di equanimità: niente di niente.”
Vi sembra cosa a da nulla?