Io non so se l’opinione pubblica s’è fatta un’idea sulla”Riforma Gelmini”.
Non è mia intenzione fare una disamina del disegno di legge ma era da tempo che sentivo l’esigenza di far conoscere ai quattro gatti che ostinatamente frequentano questi pixel – malgrado l’impegno profuso per scoraggiarli – una opinione/testimonianza sul mondo universitario italiano.
Sicuramente, visto che si basa su esperienze personali, è una rappresentazione parziale, ma la ritengo comunque preziosa perché da insider ho un punto di vista privilegiato.
L’Università, essendo diretta espressione della società civile, è un luogo pessimo.
In generale si pensa e si dice che l’Università contenga la crema della società e che sia la palestra della futura classe dirigente, così come di quella attuale.
Beh, è sotto gli occhi di tutti il fallimento dell’istituzione nella sua funzione primaria, ma ci sono aspetti che quando si affronta il tema “Università”, malamente vengono spiegati e peggio vengono percepiti.
Uno su tutti è la produttività del sistema accademico, in termini di ricerca, brevetti e pubblicazioni senza tralasciare il problema della percentuale di Laureati nella popolazione.
Per brevità e migliore conoscenza dell’argomento, voglio fissare due o tre concetti.
Riguardo alla produttività voglio sfatare il mito che all’Università non si fa un cazzo. Non è del tutto vero. Ma lo sanno i più che all’Università c’è gente che non viene pagata per il lavoro che svolge? O che viene sottopagata per fare dei full-time obbligati dalla morale dell’ordinario di turno?
Io credo che neanche i tanto vituperati extracomunitari vittime del “caporalato” siano peggio del personale precario universitario.
Un esempio concreto: come si fa a pagare una persona iper-specializzata di 36 anni con una miseria di 4400€ netti per 7 mesi di lavoro full time? Fatevi i conti della serva (140 giorni, 8 ore al giorno => 3,9€/h): date molto di più all’albanese che vi lava la macchina.
L’altro punto potrebbe essere la qualità del laureato: lasciatemi dire una cosa su questo, non si è giustificati, per raggiungere un obiettivo, a svendere qualsiasi parametro di qualità. Allo stato attuale, uno dei parametri di valutazione di un Ateneo è il numero di laureati che riesce a produrre per anno.
Avete capito bene: una cosa del tipo “uova/ora” o “bulloni /die”.
Quale classe dirigente crea una Università che non si cruccia del suo materiale umano del futuro?
Lasciamo da parte questo, seppur importante, aspetto e torniamo a parlare delle persone che lavorano all’interno dell’Università.
Cosa si forma con persone incattivite da scarse paghe, con poche soddisfazioni, che scendono a patti con progetti ridicoli per avere due soldi per tirare avanti?
Le stesse persone che, vessate da anni di ingiustizia, probabilmente alla prima occasione arraffano, sgranocchiano e stuprano la proprietà collettiva. Già, perché il baraccone volente o nolente, è roba dello Stato. Invece all’Università c’è gente che chiude le porte dell’istituto e porta le chiavi a casa per non far entrare nessuno se lui non è presente. Che compra cartucce per stampanti da usare a casa, o che semplicemente timbra il cartellino e poi parcheggia e, ahimè, non il contrario.
Ora sono sicuro che vi state immaginando una massa di precari che, a causa delle insoddisfazioni personali ed economiche, complotti nell’ombra come la S.P.E.C.TR.E. per minare l’integrità morale dell’Istituzione, accarezzando un gatto persiano e prendendo ciò che non è suo mentre ostacola il processo formativo mandando in malora il “Sistema Paese”. Loggia Precari 2.
L’aspetto paradossale della vicenda, è che le persone precarie sono quelle che in realtà svolgono gran parte dello lo sporco lavoro, dalla ricerca al supporto alla didattica con annessi e connessi.
Questi “invisibili” sono gli stessi che si comperano il computer con il quale lavorano con i loro soldi, quelli che anticipano denaro per le missioni, i congressi, i pernottamenti, i pasti. E sono anche quelli che cercano di risparmiare, magari, andando a dormire all’ostello per non gravare eccessivamente sulle proprie tasche in prima istanza, ma anche su quelle dello Stato. Sarebbe ora che la si finisse di contare sempre sulla gobba dei nonni di questa sciagurata generazione.
Tanto per dovere di cronaca bisogna dire che le aspettative più forti ad ogni annuncio di nuova riforma del sistema universitario sono quelle del settore dei precari. Ancora stiamo aspettando uno straccio di proposta che vada nella direzione del cambiamento vero, e non è che non ci sono proposte. Basta farsi un giro su qualsiasi sito o blog dei ricercatori precari. La sensazione che danno questi decreti, che vengano da una maggioranza piuttosto che dall’altra, è quella del “Facite ammoina”, o del “cambiamo tutto per non cambiare niente”.
Gli strutturati invece, dall’alto della sicurezza del loro scranno, quelli sì che remano contro. Si oppongono al cambiamento, alla meritocrazia, all’innovazione e sopratutto all’assunzione delle responsabilità. Dico questo perché in tanti anni di chiacchiere l’Università s’è evoluta soltanto sul numero e la varietà di Sedi e Corsi. Un Ministero efficiente, che conosca quello che amministra, avrebbe da tempo rimediato alle falle che invece sono solo stigmatizzate.
Una delle leggi non scritte negli Atenei italiani è che al progredire della carriera corrisponda un decremento delle attività. Un ricercatore di solito è impegnato con lezioni, ricerca, tesisti, dottorandi, progetti, burocrazia e nel frattempo deve anche pubblicare per far progredire la sua carriera e quella della sua line di comando (non in quest’ordine). Un associato invece fa lezione e crea TO DO LIST per il ricercatore.
Quali sono a questo punto, vi chiederete, le attività di un professore ordinario medio?
Oltre ad insegnare la sua materia con gli stessi lucidi che ha preparato negli anni ’80 e suggerire bibliografia databile solo al carbonio 14, di cosa si occupa?
Ve lo dico io: o della spartizione dei posti (e tipicamente sono avanzamenti di carriera, dio-ce-ne-scampi-e-liberi di aria nuova) o di un emerito cazzo. Ad essere precisi, fino a qualche tempo fa correggevano gli et al. e le virgole della bibliografia di un articolo scientifico, ora con la diffusione dei software di citazione neanche più quello.
La descrizione più calzante delle attività universitarie l’ha data un mio amico particolarmente sarcastico: “Chi sa, fa. Non non sa, insegna. Chi non sa insegnare, amministra”.
Purtroppo per l’Università però, la cloche, lo scettro decisionale, è nelle mani degli ordinari. Tant’è vero che l’unico emendamento passato in Senato che modifica la “Riforma Gelmini” riguarda l’età pensionabile di questi ultimi (spostata a 70 anni) mentre associati e ricercatori vanno a 65. Largo ai giovani!
Conosco i rischi dell’approccio riduzionista: dare la colpa solo a chi ha comandato sino ad ora è parziale e sbagliato. Una delle responsabilità più grosse sulla vicenda ce l’hanno invece le persone che anno accondisceso alla istituzione di questa corporazione professorale. Dai precari al personale tecnico-amministrativo, chi per un motivo (ricatto più o meno evidente) chi per un altro (convenienza più o meno economica), tutti hanno contribuito a perdere di vista ciò che l’Università è: una un ascensore sociale per gli individui e per il paese.
Se è vero che l’Università è diventata tutto questo e anche peggio, sento comunque di dover fare una precisazione. Tempo fa, parlando con la mia cara amica S., sostenevo che alla fine della fiera, nonostante il vomito che l’Accademia (ma l’Istruzione in generale) è in grado di provocare sia in me che nella popolazione, è l’ultimo settore che va “tagliato” in un bilancio.
Il nostro problema, il problema italiano, è estremamente e principalmente culturale. I progetti a breve termine, di qualunque natura siano e qualsiasi argomento trattino, non possono emendare una situazione talmente compromessa. Qui c’è da rifondare tutto, dal senso di appartenenza ad una comunità al rispetto del bene pubblico, e l’unico luogo di formazione dell’opinione, al di là dei mezzi di comunicazione di massa, è quello proprio dell’Istruzione in tutte le sue componenti.
L’idea di tagliare o parimenti di non aumentare i fondi destinati alla Pubblica Istruzione è palese sintomo che il cancro della non-cultura e della furberia s’è ormai fatto strada nei più. E quello che è peggio è che s’è fatto mainstream nell’attuale classe dirigente.
27 settembre 2010 at 23:08
“Oltre ad insegnare la sua materia con gli stessi lucidi che ha preparato negli anni ’80 e suggerire bibliografia databile solo al carbonio 14, di cosa si occupa?”
Oddio, quante ne ho visti di lucidi ingialliti degli anni 70, altro che 80!! Il vecchio babbione di turno che ripete il solito ritornello da 50 anni (perfino le battute vengono ripetute di anno in anno e ogni generazione di studenti le conosce a memoria) e i suoi “schiavi” che invece si informano e leggono tutto quello che di nuovo è uscito nel frattempo.