Banane
Mucio mi scrive in privato chiedendomi delle delucidazioni sulle banane.
Che avete capito, scemi. Si parlava del frutto!
Riporto parte della sua mail, non me ne vorrà (spero), per far capire a tutti il contesto.
Qualche tempo fa girando su wikipedia mi sono imbattuto in una cosa strana, di quelle che ti fanno sembrare il mondo più assurdo di quello che credevi fino a 5 minuti prima.
Tra dieci anni non mangeremo più banane. O almeno non come quelle che vediamo oggi al supermercato, le Cavendish.
Visto che la cosa è frutto di poca differenziazione genetica, immagino che possa rientrare nel tuo bacino di competenze, assieme alle Triumph e l’anticlericalismo di ritorno.
Volevo chiederti, tu non credi che la clonazione e le sementi geneticamente modificate possano in futuro portare a problemi di questo tipo, legati a scarsa variabilità genetica?
Facciamo ordine.
Le banane che oggi mangiamo sono frutti di piante triploidi.
Per triploidia s’intende che ogni cellula di banano possiede tre genomi aploidi (es: l’uomo è diploide, la patata tetraploide).
Questa configurazione genetica della banana, fornisce all’uomo un grosso vantaggio commerciale immediato, cioè la possibilità di vendere dei frutti senza semi, in quanto la triploidia è pressoché incompatibile con una corretta meiosi – ovvero il processo di formazione dei gameti – e uno svantaggio posticipato che è dato dallo stesso problema: la mancata formazione di gameti funzionali, appunto.
Necessariamente i banani vengono riprodotti propagazione vegetativa (talea) e sono tutti dei cloni. Ovviamente ne esistono diverse varietà, ma nella stessa varietà sono tutti uguali (a meno di mutazioni che intercorrono nel tempo).
Va da sé che la pianta, non avendo possibilità di rinnovare il proprio patrimonio genetico come fanno altre piante che si riproducono per incrocio (es: il mais) e quindi di aumentare la sua capacità di adattamento, è esposta a dei rischi – soprattutto se parliamo di malattie – non indifferenti. Per questo si parla di rischio di estinzione.
A prima vista si potrebbe pensare che la tua domanda finale sia più che giustificata, ma in realtà non lo è.
Vero, verissimo, che la variabilità genetica s’è andata erodendo dalla rivoluzione verde in poi: il miglioramento genetico vegetale, basato concettualmente sull’incrocio delle piante migliori e sulla selezione della progenie per molti cicli (ne parlai di sfuggita qui), ha portato inevitabilmente alla riduzione della variabilità. Basta guardare un campo di mais o di grano per rendersene conto. Tendenzialmente si sta facendo la stessa cosa che con i banani, tranne per il non trascurabile aspetto riproduttivo.
C’è un ma: in ambiti operativi come quello del breeding o nel mondo della ricerca, ci si è accorti che la bio-diversità è una ricchezza e a tal proposito si stanno portando avanti moltissime iniziative per la conservazione di specie selvatiche o ancestrali. In futuro queste potranno servire da serbatoio di geni utili per resistenze varie, o per caratteri ora giudicati inutili.
Una obiezione giusta, a questo punto, potrebbe essere: sì, ma la banana non la salviamo comunque!
E qui emerge prepotente l’utilità della transgenesi: non vi pare meraviglioso che con l’inserimento di un piccolo numero di geni (2 o 3) si possa ottenere – virtualmente – qualsiasi pianta resistente alla malattia X o al fungo Z? (le banana transgenica già esiste, fra l’altro)
Per rispondere alla tua domanda, quindi, non sono preoccupato.
Credo invece che si possa – e si debba – trarre vantaggio sia dalla conservazione della biodiversità che dalla transgenesi, anche mantenendo questo regime agricolo basato su poche specie, necessario non solo per i processi industriali, ma anche per produrre cibo in quantità elevate.
Anzi, credo che queste due visioni possano addirittura essere sinergiche e tamponare i possibili effetti negativi dell’omologazione da monocoltura.






