dic
16
2007
Rob, il blogger con gli header più belli della blogosfera, scrive ironicamente (e credo che abbia ragione) che all’italiano medio, per sentirsi adeguato nel panorama internazionale, basta essere campioni del mondo di calcio, nazionale e club.
Mentre leggevo il suo post, le parole “ricerca” e “calcio” mi rimbalzavano in testa incessantemente, dando luogo a poderosi conflitti sinaptici, superati solo grazie a massicce dosi di colorite bestemmie.
Ristabilita l’omeostasi, m’è rimasta irrisolta una questione.
Sì, è vero. L’Italia è campione del mondo di calcio e, grazie al Milan, anche di club.
Si è vero. L’Italia non brilla in ricerca, le nostre università non sono tra le più quotate del mondo.
Come mai però non riusciamo a esportare i nostri prodotti di eccellenza? Come mai i calciatori italiani all’estero non ci vanno e non vengono chiamati al pari di altri?
E come mai i ricercatori italiani, se hanno l’opportunità di andare all’estero – anche solo per un breve periodo – vengono allettati in tutti i modi per rimanerci?
Mi viene come il dubbio che stiamo esportando le persone sbagliate. O forse è semplicemente un fatto di priorità: il calcio, all’estero, è un business sì, ma pur sempre uno sport.
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nov
12
2007

Non ci sono molti commenti da fare sulle vicende di ordinaria follia che hanno seguito la morte del povero ragazzo che andava a vedere una partita.
Tutto questo cercare di commentare i disordini per capire cosa sta succedendo dal punto di vista sociologico (pare che si parli di disagio sociale come per le banlieu… ma per piacere), non fa che allontanarci dalla vera notizia della domenica, che è anche la più banale se vogliamo.
L’Italia non ha un popolo. L’italiano non esiste e chi abita questa misera penisola non ha orizzonti e interessi comuni.
Non si a vedere le partite a tifare per una squadra o per soffrire con in nostri beniamini, ma a tifare contro.
Non c’è la minima cultura sportiva. Qui sta il problema.
E non credo si risolverà con il solito, patetico, stanco “stop al campionato” o col solito, stantio e tardivo “giro di vite”.
Nota a margine. A chi dice che tutto questo non ha a che fare col calcio, mando un cortese e rispettoso “vaffanculo”. Tutto questo ha moltissimo a che fare col calcio: uno sport talmente compromesso, anche dal punto di vista dei giocatori, che non può che essere una miccia per il nostro degradato paese.
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feb
8
2007
Conversazioni tra i genitori e i nonni di oggi.
Lei (sulla 45-ina): … eh, ma lo sai adesso a quella quanti soldi le danno?
Lui (60-ina): sì ho sentito…
Lei: … 100.000 euro ogni società calcistica e più una serie di sottoscrizioni.. e poi si becca anche la pensione di reversibilità.
Lui: mamma mia quanti soldi…
Lei: vedrai come tra tre o quattro anni quella si rimette con un altro, ma poi non si risposa per non rinunciare alla pensione.
Lui: eh già.
E poi ci stupiamo dei figli.
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feb
3
2007
Questo, non deve più succedere.
Ed è inutile aggiungere belle parole, che scorreranno a fiumi.
La mia umile proposta è che lo Stato la smetta di impegnare soldi e risorse per le partite di calcio.
Devono essere le società a fare in modo che non succeda più nulla negli stadi. Sono loro le co-responsabili delle tragedie che affliggono il nostro amato/odiato calcio, con le loro connivenze e reciproci scarichi di responsabilità.
E io non voglio più pagare una lira per sovvenzionare queste teste calde, e questi colletti bianchi che lucrano sulla passione della gente.
Propongo che debba essere al più presto approvato un disegno di legge che affida alle società il 100% di tutela dell’evento calcistico che ospitano e/o organizzano.
Oneri e onori, mi ha insegnato mia nonna.
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