mar 4 2010

Sacri riti

Che magia e che trasporto in quei pomeriggi passati seduti davanti allo stereo, con la cuffia in testa e il caos attorno. Pensavamo alla scaletta, cercavamo di farci prestare il disco o la cassetta che ci mancava per poi mettere in fila brandelli di testo, bpm e atmosfere secondo una logica tutta nostra, ma raffinatissima.
La speranza era che anche il destinatario se ne accorgesse e apprezzasse.

Da non sottovalutare l’aspetto tecnico: prima dell’Mp3 e del masterizzatore a basso costo, regnava il nastro. E dovevi stare attento al lato, al minutaggio, allo spazio tra un pezzo ed un altro, al Dolby, al Cromo e quant’altro.

La cosa che amavo di più, personalmente, era scrivere i titoli dei brani, gli autori e dare un nome al manufatto artigianale che stavo producendo. 
Ci voleva veramente un sacco di tempo a farne una che volesse significare qualcosa. Anche una settimana ci voleva.
Ma alla fine eri fiero di quello che avevi fatto, tant’è che ti veniva voglia di doppiarla. Non l’ho fatto mai io, ho sempre pensato all’equazione “una compilation = un destinatario” come ad una legge non scritta, anche se qualche volta avrei proprio voluto violarla.

Era un rito, un sacro rito, che officiavamo soprattutto noi uomini per gli amori di turno.
Brucianti e perfetti come le nostre compilation.