gen 21 2010

Elementare, Watson

Come il livello di cultura generale.
Manodopera italiana a basso costo, atto secondo.

Il verde parlamento sarà contento dei prossimi lavoratori italiani ignoranti, liberi di scorrazzare a 150 km/h sulle nostre autobahnen, contenti e inconsapevoli sulle loro GOLF GTi da 50.000 € comprate a 18 anni con tre anni di risparmi.

Che tristezza.

Non si pensi che ora sia diventato un fautore dell’obbligo, ma il paese non capisce la portata dell’argomento… ci vuole qualcosa che lo obblighi a capirlo. E siccome dalla cultura passa tutto, che si obblighi pure.


dic 16 2007

Import / Export

Rob, il blogger con gli header più belli della blogosfera, scrive ironicamente (e credo che abbia ragione) che all’italiano medio, per sentirsi adeguato nel panorama internazionale, basta essere campioni del mondo di calcio, nazionale e club.

Mentre leggevo il suo post, le parole “ricerca” e “calcio” mi rimbalzavano in testa incessantemente, dando luogo a poderosi conflitti sinaptici, superati solo grazie a massicce dosi di colorite bestemmie.

Ristabilita l’omeostasi, m’è rimasta irrisolta una questione.

Sì, è vero. L’Italia è campione del mondo di calcio e, grazie al Milan, anche di club.
Si è vero. L’Italia non brilla in ricerca, le nostre università non sono tra le più quotate del mondo.

Come mai però non riusciamo a esportare i nostri prodotti di eccellenza? Come mai i calciatori italiani all’estero non ci vanno e non vengono chiamati al pari di altri?

E come mai i ricercatori italiani, se hanno l’opportunità di andare all’estero – anche solo per un breve periodo – vengono allettati in tutti i modi per rimanerci?

Mi viene come il dubbio che stiamo esportando le persone sbagliate. O forse è semplicemente un fatto di priorità: il calcio, all’estero, è un business sì, ma pur sempre uno sport.


set 5 2007

Banlieue

incazzati.jpg

Qualcuno dovrà dare conto – prima o poi – dell’insano motivo per il quale l’amministrazione comunale perugina (e non solo quella) sceglie solo ed esclusivamente il centro storico per delle iniziative culturali. Fossero anche per bambini.

Poi si lamentano se ci si incazza.

Probabilmente è solo una questione di maquillage, di immagine.
Il tutto sa anche un po’ di politica attuale.

Il centro è migliore, è più bello e rassicurante.
Però cazzo, non c’è parcheggio.


set 1 2006

Fenomenologia della sagra /2

Leggo sul Giornale dell’Umbria di oggi, a pagina 8, che le sagre in Umbria ammontano a 202.

Nel solo territorio del comune di Perugia ammonterebbero a 57, numero che sale a 140 nell’intera provincia. Terni, dal suo canto, si ferma a 62 nell’intero territorio.

Non c’è male per una regione piccolina come la mia no?

Secondo l’articolo del suddetto quotidiano, il giro d’affari stimato per questo delirio collettivo è di circa 12 milioni di euro. Facendo il rapido conto della serva, si trova che una sagra ha un fatturato medio di circa 60.000 euro. A questi sessantamila vanno tolte tutte le spese che, sempre in media, ricoprono l’85-90% del fatturato.

Ora, considerato che:

le sagre si basano sulla partecipazione di bambini e ragazzi tolti alla cucitura di palloni per l’occasione;

che ci sono forti (e comprovati) problemi di igiene e che una lavanda gastrica allo stato costa;

che fondamentalmente non siamo davanti ad un fenomeno culturale legato al territorio, ma solo di costume mangereccio quando va bene;

Che le fanno a fare le sagre? Cioè voglio dire, ma sono produttive?

L’unica cosa positiva che posso imputare alle sagre è l’indotto che creano per i fornitori di materie prime. Che se ci penso bene viene azzerato dal danno economico che subiscono i ristoratori in quel periodo.

Nonostante la mia più completa e sincera avversione verso il fenomeno, voglio dare una soluzione: facciamo uscire dal mercato le sagre inutili, tipo quella “Del pesce di mare” (prodotto tipico umbro), o quella della “Nutella” perchè ci troviamo davanti ad un mercato saturo. Tipo quello delle uova. Guadagni ridottissimi, stessa identica offerta.

Fatene di meno, ci guadagnamo tutti.